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Il Giorno della memoria per le vittime del terrorismo

Miguel Gotor
Professore all’Università di Roma «Tor Vergata»

Una riflessione per la giornata in memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi

l 9 maggio 2024 si celebra il Giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo interno e internazionale e delle stragi di tale matrice, una solenne cerimonia istituzionale fortemente voluta dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a partire dal 2007 per onorare il sangue versato in difesa della democrazia e della libera convivenza civile da tanti cittadini italiani.

Come è noto la scelta della data di questa ricorrenza è legata al ricordo della morte di Aldo Moro il 9 maggio 1978, ma oggi, nel 2024 devono essere ricordate soprattutto le vittime di due terribili stragi di matrice neofascista che dilaniarono l’Italia cinquanta anni fa: la strage di Piazza della Loggia a Brescia del 28 maggio 1974 e la strage del treno Italicus del 4 agosto 1974.

A Brescia, due settimane dopo la vittoria sul divorzio, nel corso di una manifestazione antifascista indetta per il 28 maggio 1974 da tutti i partiti dell’arco costituzionale e dai sindacati confederali, una bomba uccise otto cittadini inermi: giovani insegnanti, molti dei quali iscritti alla Cgil, pensionati e operai. L’ignobile attentato scatenò l’indignazione di tutte le forze democratiche del Paese e ai funerali parteciparono oltre seicentomila persone. Anche a Foggia, in quattrocentomila seguirono le esequie del venticinquenne Luigi Pinto, uno dei tanti insegnanti che in quegli anni aveva lasciato il Sud per trovare un posto di lavoro al Nord, unificando l’intera Italia in un fermo quanto sdegnato grido di dolore contro la barbarie della violenza terroristica neofascista e l’impotenza dello Stato. I famigliari delle vittime di piazza della Loggia hanno dovuto attendere il 2017, ossia quarantatré anni dopo i fatti, per vedere condannati alcuni dei colpevoli della strage, ossia gli esponenti di Ordine nuovo Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte, il quale era anche un informatore dei servizi segreti militari. Una sentenza fondamentale nella storia dell’Italia repubblicana perché ha suggellato, anche a livello giudiziario, le responsabilità della manovalanza neofascista nel periodo 1969-74, ma anche le collusioni con apparati e uomini dello Stato come amaramente quanto solennemente riconosciuto dai presidenti della Repubblica Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella nelle cerimonie degli ultimi anni.

In provincia di Bologna, all’interno della galleria ferroviaria di San Benedetto Val di Sambro, esplose un bomba collocata sul treno «Italicus», provocando dodici morti e una cinquantina di feriti. Queste vittime, cinquant’anni dopo i fatti, non hanno ancora avuto giustizia: dopo una serie di processi che hanno assolto gli imputati, tutti militanti neofascisti, che rivendicarono l’attentato sotto la sigla di Ordine nero.

La ricorrenza del Giorno della memoria, un anno dopo l’altro, ha acquisito un triplice importante valore: ricordare e riconciliare, ma anche risarcire una ferita che c’è stata in passato fra cittadini e istituzioni. Qualunque discorso di riconciliazione ha il dovere di passare da questa stazione, partire da una simile assunzione di responsabilità, farsi carico di un disagio e di un silenzio che troppo a lungo hanno gravato su queste storie di vittime del terrorismo spesso cadute nell’oblio. Gli uccisi dallo stragismo nero dall’attentato di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 in poi e quanti sono caduti sotto i colpi del Partito armato, in particolare delle Brigate rosse e di Prima Linea e di quel pulviscolo di organizzazioni nate per imitare i loro fratelli maggiori, a partire dagli anni Settanta in poi. È importante questa cerimonia per dare carne e volto, e dunque un senso, all’espressione “servitore dello Stato”, che altrimenti rischierebbe di suonare retorica. Essa ci ricorda che lo Stato siamo noi, con le nostre responsabilità, ma anche con le nostre colpevoli indifferenze: non a caso il “Nostro Stato” si intitolava la rubrica del giornalista Carlo Casalegno, ucciso dalle Brigate rosse a Torino nel 1977, ed è giusto non dimenticarlo mai.

La vicenda di molte delle vittime che oggi si ricordano, pensiamo solo agli esponenti delle forze dell’ordine o ai comuni cittadini morti nelle stragi, è rappresentativa della storia di centinaia di familiari, molto spesso emigrati dal sud al nord della penisola alla ricerca di un lavoro: vedove, padri, madri, fratelli, figli, che si sono trovati all’improvviso soli e spaesati in una città distante dai loro affetti di sempre, abbandonati col fardello del proprio dolore. È una folta schiera di morti anonimi che non hanno neppure il risarcimento postumo di un prestigio riconosciuto al loro congiunto dalla pubblica opinione come può capitare ed è capitato con un dirigente politico, un magistrato o un professore universitario illustri. Sono la maggioranza: non sempre i familiari di costoro hanno gli strumenti intellettuali, la formazione culturale e la forza psicologica necessari per arrivare a un’elaborazione del lutto in grado di trasformarsi in energia costruttiva e quindi sono ancora più indifesi e fragili, ma ciò non può e non deve trasformarsi in una colpa.

La loro storia fa capire che, anche nel dolore e nella sua elaborazione, l’appartenenza di classe e la provenienza sociale contano, continuando a marcare un invisibile confine tra garantiti e non garantiti. Forse è questo l’aspetto più bello e misconosciuto della cerimonia del 9 maggio: una fotografia, uno straordinario spaccato di tutti i volti e le storie dell’Italia repubblicana che viene riunita dalle più alte cariche dello Stato e che mostra la sua anima degna e autenticamente popolare. Almeno per un giorno quel confine scompare e tutti sono ricordati con la stessa intensità. Di fronte a questa esperienza, emotivamente forte per chi ha avuto la possibilità di parteciparvi, le polemiche sulla ritualizzazione della cerimonia e sull’uso pubblico del dolore delle vittime appaiono fuori fuoco: ora esiste uno spazio istituzionale che prima non c’era, a disposizione di ognuno per essere riempito con una riflessione la cui qualità è determinata dalla sensibilità civile e politica con la quale i diversi soggetti preferiscono partecipare a questo appuntamento.

Il giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo e delle stragi è anche un’occasione preziosa di mobilitazione e vigilanza civile: rimuovere quanto è accaduto in Italia è il modo migliore per favorire il ritorno dei fantasmi del passato e impedisce di creare una coscienza per distinguere e capire. Da più parti si chiede che tali celebrazioni non abbiano un tono retorico, ma sta soprattutto a noi evitare di renderle tali, nella misura in cui riusciamo a partecipare del loro significato civile, senza svuotarle di senso con la nostra indifferenza o, peggio ancora, malizia. In effetti, negli ultimi anni si sono moltiplicate le iniziative volte a ricordare le vittime da parte di associazioni, centri studi, scuole, fondazioni, circoli che hanno dato luogo a inedite manifestazioni di cittadinanza attiva e consapevole. A questo proposito è decisivo il ruolo della ricerca storica che ha bisogno di progetti come quello promosso dalla «Rete degli archivi per non dimenticare», che ha censito a livello nazionale i documenti relativi al terrorismo, allo stragismo, alla violenza politica e alla criminalità organizzata individuando gli archivi pubblici e privati dove sono raccolti.

Per questo insieme di ragioni il Giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo e delle stragi è un momento significativo della vita istituzionale e civile del nostro Paese: aiuta a tenere accesa la fiamma dell’ethos pubblico italiano e invita a riflettere sulla qualità della nostra democrazia, quella di ieri, di oggi e di domani. 

A pensarci bene, non è poco.


Bio

Miguel Gotor

Nasce a Roma nel 1971 e insegna storia moderna all’Università di Roma «Tor Vergata». È stato fellow presso «Villa I Tatti. The Harvard University Center for Italian Renaissance Studies» e senatore della Repubblica dal 2013 al 2018. Attualmente è assessore alla cultura di Roma. Si occupa di santi, eretici e inquisitoria Cinque e Seicento e di storia italiana degli anni Settanta del Novecento. Ha pubblicato, tra l’altro, I beati del papa. Santità, Inquisizione e obbedienza in età moderna (2002) e Santi stravaganti. Agiografia, ordini religiosi e censura ecclesiastica nella prima età moderna (2012). Per Einaudi ha curato le Lettere dalla prigionia di Aldo Moro (premio Viareggio per la saggistica 2008), la raccolta di scritti di Enrico Berlinguer La passione non è finita (2013), ha pubblicato i volumi Il memoriale della Repubblica. Gli scritti di Aldo Moro dalla prigionia e l’anatomia del potere italiano (2011), L’Italia del Novecento. Dalla sconfitta di Adua alla vittoria di Amazon (2019) e Generazione Settanta. Storia del decennio più lungo del secolo breve (2022).